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sabato 23 aprile 2011

CRESCI BENE, CHE RIPASSO.








Ah, i bambini! Vispi contenitori di tutte le nostre speranze per il futuro, emblema universale dell'innocenza, della spontaneità... Un esempio da seguire per l'umanità tutta. E non provate a non essere d'accordo, altrimenti Peter Pan si offende. E anche Giovanni Pascoli.
Ci guardiamo intorno, noi giovani universitari quasi fuori corso: vediamo pargoli che giocano allegri per strada, nei parchi; e tutto a un tratto ci sentiamo vecchi. Tutto il grave fardello dei nostri circa ventitré anni ci cade impietosamente addosso.
Sì, perché la verità è questa: non è che sia passato poi tanto tempo tra la nostra infanzia e la loro, ma diamine, non si può non constatare con un certo terrore che una vera rivoluzione è avvenuta: sono cambiati tutti i giocattoli.
È uno strumento preziosissimo per capire l'antropologia, il giocattolo. Dimmi con che giocavi da bambino, io ti dirò quali psicopatologie e turbe mentali ti affliggono da grande. Essendo io di classe 1988, non posso che riportare esempi relativi agli anni '90. Questo va contro la mia etica di blogger, poiché il mio straripante ottimismo mi porta a pensare che Tavor In Fabula sia seguito da miliardi di lettori, e che quindi con questo intervento io stia discriminando quei due, tre milioni di fans che non sono stati bambini negli anni '90. Vi prego di farvene una ragione.
Chiarito questo punto, posso iniziare a sciorinare esempi che vi porteranno, inevitabilmente, ad essere d'accordo con me. Bene.
- LA MACCHINA PEG PEREGO: a tutti gli effetti un'automobile elettrica per piccoli viziati. La Peg Perego faceva passeggini, principalmente. Poi ha deciso di fabbricare e vendere piccoli, semoventi gioielli supercostosi, destinati a coloro che, in seguito, sono diventati tanto piacioni quanto poco puliti adulti dal grande ego e dal piccolo pene. Costoro girano con la loro Ferrari, prendendo all'amo ossigenate donzelle interessate alla macchina. Queste ultime sono coloro che, da bimbe, non si accontentavano solo della casa di Barbie, ma esigevano anche la piscina, la macchina, l'idromassaggio, la toletta per il cane. Tutto di Barbie. Ah, e sono anche le stesse bambine che non si curavano del fatto che Ken avesse l'organo genitale meno realistico nella storia dei materiali in plastica, perché erano più interessate agli accessori di cui sopra.
- INDOVINA CHI: un gioco che aguzza l'ingegno. E la curiosità. “Ha la barba? Ha gli occhiali? È un uomo?"  ...oh, quanti ricordi. Peccato che, per il bimbo amante di Indovina Chi, la strada sia segnata: cova già dentro di sé il germoglio dell'investigatore privato, dello stalker, del ritrattista o semplicemente del pettegolo. Non vi lascerà in pace, le sue domande vi corroderanno l'anima. Guardatevi Matrix o Porta a Porta per farvi un'idea di ciò che sto dicendo.
- TUTTI I TIPI DI BAMBOLOTTI: ricordo che, già da piccola, rimanevo impressionata da certe pubblicità di Sbrodolina o Ciccio Bello, nelle quali un' eccitatissima voce di bimba recitava: “Fa la cacca vera! Fa la pipì vera!”. Parliamone. Se una bambina di sette, otto anni è entusiasta di pulire la cacca e la pipì di un bambolotto, o di asciugare litri di bava schiumosa (lievemente inquietante) di una bambolotta, cosa potrà mai fare da grande? La donna manager? Sarà una madre di famiglia, una baby sitter, un'ostetrica, oppure lavorerà alacremente in un orfanotrofio. Infatti di Ciccio Bello facevano anche quello nero, non sia mai si dovesse pensare che siamo razzisti. E se li volevi piccoli, profumati e chiudibili in una scatola di cartone, ci stavano pure i Fiammiferini. Non voglio pensare a quale tipo di donna adulta abbiano dato vita i Fiammiferini.

La lista potrebbe essere ancora molto, molto lunga. Dai costruttori abusivi germogliati dai Lego, alla gente con la mania di controllo nata dai Polly Pocket e Mighty Max (sono quelli che oggi hanno sviluppato una mania ossessiva per Grande Fratello e simili), per non parlare dello stuolo di fashion bloggers partorite da Giralamoda.
So a cosa state pensando, a questo punto. Voi giocavate più o meno con tutte le cose che ho nominato. Tranquilli, pure io, ma questo non ci rende necessariamente inscrivibii nelle categorie che vi ho illustrato. La mia idea è che, per diventare davvero come la gente che ho descritto, sia necessario che da bambini si sviluppi una vera e propria fissazione per uno solo di questi giocattoli. Io variavo i miei giochi, e così facevate anche voi, voglio sperare.
Potrei concludere qui questo intervento, per farvi dormire sonni tranquilli. Siamo tutti normali, queste categorie non ci riguardano, F.A.Q. è proprio una brava ragazza. Mi spiace deludervi, ma c'è un'ultima categoria. Spero tanto per voi che non vi sentirete chiamati in causa neanche da questa, ma non posso dire lo stesso di me. Io, come tanti, da piccola avevo sviluppato un rapporto compulsivo-ossessivo nei confronti del SAPIENTINO.
I reduci del Sapientino sono creature pericolose. Abituati, da piccoli, a sentirsi lodare da una voce meccanica grazie alla loro straripante cultura, da grandi diventano pseudointellettuali mediamente alternativi, affetti da delirio di onnipotenza e senso di superiorità. Di solito si segnano a corsi di laurea umanistici con lo scopo di scrivere libri, per condividere col mondo il loro immenso sapere, ma può anche succedere che si segnino a fisica o ingegneria, per salvare la terra da catastrofi nucleari.
Se anche voi siete dei Sapientini, mi dispiace. Però mettetevi bene in testa che mai, mai riuscirete a diventare meravigliosi quanto me.
Altro che i Gormiti e le Bratz.


venerdì 1 aprile 2011

Allegria portami via.


Esiste una particolare abitudine che l'uomo, fin dagli albori della civiltà, non ha mai perso: quella di porsi grandi domande esistenziali.
Gli antichi greci, poniamo: quando non erano impegnati a suicidarsi col veleno, o a escogitare nuovi metodi per adescare pargoli bramosi di conoscenza, si ponevano domandoni come “cos'è l' essere?”, “cosa innalza l'uomo al di sopra degli altri animali?” e altre simili flebo di vitalità.
Ci sono domande esistenziali che l'intera società si pone, come ad esempio “quale parto malsano della mente umana può aver dato origine alla moda anni '80?”; poi ci sono domande esistenziali private, che ognuno segretamente cova dentro di sé, ci si arrovella sopra, non ci dorme la notte. Prendete me: non passa notte in cui io non mi chieda a quale scopo ho compromesso la mia serenità infantile portando l'apparecchio dentale per anni, se poi la compagna di Johnny Depp, nonché madre dei suoi figli, ha un piccolo Canyon tra gli incisivi.
Ma bando alle digressioni sui miei drammi personali. Avrete notato che tutte queste domande hanno un elemento che le accomuna: non hanno una risposta. O per lo meno non hanno una risposta precisa, verificabile, scientifica.
Premesso ciò, converrete con me che la domanda su cui il popolo italiano si arrovella ultimamente si possa a tutti gli effetti definire esistenziale: che fine ha fatto la salma di Mike Bongiorno?
Vecchio furbone. Proprio quando ci eravamo abituati all'idea che fosse immortale, ci ha sbalorditi con la sua morte. Poi ci siamo abituati anche alla sua morte ed ecco che- puff, ci ha sbalorditi con la sua scomparsa. Ahi ahi, signora Longari.
Una cosa è certa: la scomparsa dell'iconico cadavere ha titillato l'immaginazione di molti, goliardici creatori di pagine Facebook. Digitate il suo nome, vi si paleseranno davanti una processione infinita di titoli quali: “Mike Bongiorno- Gesù, 1-1”, “Mike Bongiorno è risorto”, “vendere la salma di Mike Bongiorno per comprare una vocale”, “essere sicuri che Mike Bongiorno presenterà sanremo 2011”, “ebrei che non vogliono ammettere la resurrezione di Mike Bongiorno”...io mi fermo qui, ma ci sarebbero tante, tante altre perle da condividere col mondo.
Queste pagine possono risultare estremamente offensive per molti ma, a ben guardare, evidenziano un problema reale. Ci ho messo un po' per accorgermene, ho dovuto aspettare che il tripudio di risa e l'incontinenza causatimi dalla lettura dei titoli andassero scemando. Poi mi sono detta: un riscatto, per la salma di Mike, non lo hanno mai chiesto. Legittimo quindi chiedersi che fine abbia fatto, perché mai se lo siano preso.
Così, infine, sono arrivata ad una personale soluzione della domanda esistenziale.
Le groupies esistono, sono una realtà nella società moderna. Chi ha detto che debbano per forza essere avvenenti donzelle dai capelli cotonati e dai collant volutamente violentati? La più ingrifata delle groupies potrebbe benissimo nascondersi sotto copertine di lana ricamate a mano, pannoloni e tinte per capelli tendenti al violetto.
Un'arzilla ottantenne con la fissa per quell'uomo che ha accompagnato i suoi sferruzzamenti per così tanti anni. Dopo aver gelosamente raccolto registrazioni, articoli di giornale, libri, foto, manca solo la salma per coronare l'idillio. Così l'irriducibile groupie si arma di ruspa e, catetere in una mano, zappa nell'altra, si mette al lavoro per coronare il sogno di una vita. Me la immagino, ora, che si prepara la minestrina mentre parla col suo consorte chiuso nel congelatore.
Omnia vincit amor.

Per rassicurare tutte le altre groupies di Mike che sono rimaste a bocca asciutta, vorrei spendere una parola di conforto. Sicuramente tra poco uscirà Tomb Raider 12: looking for Bongiorno. Smettetela di sferruzzare e procuratevi una console.

giovedì 10 febbraio 2011

Darwin, mi dispiace tanto.


Tutti gli esseri viventi hanno bisogno di mangiare. Ogni creatura ha trovato un modo più o meno dignitoso per soddisfare questa necessità biologica: i leoni sbranano cuccioli zampettanti e indifesi, le iene si accattano quello che lasciano i leoni, le balene saziano le loro 160 tonnellate di peso con particelle di plancton che neanche si vedono, le zanzare ci succhiano e spesso poi muoiono sotto pantofole assassine.
E l'uomo?
L'uomo, se ha fame, non trova un modo diretto per sfamarsi, come fanno tutti gli altri animali, no. L'uomo, se ha fame, deve prima guadagnare, e per guadagnare deve lavorare. Poi potrà mangiare. La specie più intelligente del mondo che fa questo ghirigoro immenso per farsi una carbonara. Il tempo che ci mettiamo noi a scrivere il curriculum, il leone ce lo mette per trucidare tre gazzelle.
E lavorare non è cosa leggera. Che si debba stare 15 ore al giorno in fabbrica, o a fare il minatore, o a costruire sotto il sole cocente, o a calciare un pallone per milioni di euro a settimana, o a fare giochi erotici col Premier dopo l'orario di scuola, lavorare è una fatica.
Più che Homo Sapiens, dunque, “Homo Masochisticus”. Ebbene voi non ci crederete, ma tra tutti gli esemplari di ominide ce ne sono alcuni (un'enorme quantità, a dire il vero) che non si accontentano di questo giro immenso, lo vogliono allungare. Questi sovrani assoluti del masochismo sostengono che prima di lavorare, ebbene sì, sia utile studiare.
In attesa che l'ineluttabile processo della selezione naturale elimini questi elementi così imbarazzanti per la specie, cerchiamo di capire a quali sciagure vada incontro un ominide-tipo di questa categoria che, per comodità, chiameremo Studente.
Una volta finita la scuola dell'obbligo, Studente decide che vale la pena stare ancora un po' economicamente col culo per terra, così si iscrive all'università. Qui c'è bisogno di un'ulteriore categorizzazione: il livello e il tipo di masochismo di Studente si misurano a seconda della facoltà che sceglie. Se Studente si segna a facoltà scientifiche (fisica, ingegneria, mettiamoci pure medicina, ecc.) si sta facendo del male perché le materie che studierà lo porteranno alla calvizie, alla misantropia, alla vecchiaia precoce. Tuttavia è molto probabile che, se otterrà la laurea prima delle esenzioni sui pannoloni, troverà un lavoro ben pagato e gratificante.
Ma la vera piaga sociale è rappresentata dallo Studente che opta per le materie umanistiche. Questo povero disgraziato si trova davanti circa un miliardo di esami che lo separano dalla laurea, ma non è questo il dramma peggiore: una volta ottenuta la triennale, si renderà conto che questa vale meno dell'attestato di partecipazione al corso di bricolage della parrocchia. Da qui Studente si impantanerà nel torbido circolo delle specializzazioni e dei master, per poi finire, a cinquant'anni, a friggere Chicken Mc Nuggets o a fare le televendite dei materassi.
Ma Studente si è appena iscritto a Lettere alla Sapienza e queste cose ancora non le sa. A lui basta, per ora, respirare l' aria intellettuale dei larghi corridoi in pseudomarmo, vedere i radical chic che sfogliano i libri di Palahniuk, per sentirsi parte di una cerchia di privilegiati.
Il sentore della crisi Studente lo avrà con i primi esami. Vorrà studiare all'università, cercherà una biblioteca, si renderà conto che le biblioteche a Lettere chiudono quasi tutte troppo presto e sono gremite di altri Studenti. Ci sarà un solo luogo in cui si potrà rifugiare. Questo luogo si chiama MUSEO DELL'ARTE CLASSICA.
Fuggite, sciocchi.
Il museo dell'arte classica è una struttura architettonicamente collegata alla facoltà di Lettere: piuttosto ampia, gremita di riproduzioni in gesso di tutte le sculture greche più famose. Probabilmente chi lo ha ideato ha pensato: ”Oh, questo luogo sprizza cultura da tutti gli orifizi! Mettiamo dei lunghi tavoli qua e là, in modo che gli studenti vengano qui a studiare”. Bello. Peccato che gli orifizi sprizzeranno pure cultura, ma non accolgono nemmeno un raggio di luce. Il museo è un covo di freddo e oscurità, umido, male illuminato dalle luci artificiali; le statue greche sembrano squadrare Studente con odio, temendo di essere da lui schernite per via dei loro nasi mutilati e dei loro organi genitali così dannatamente piccoli. Studente diventa paranoico, inizia a parlare da solo, l'oscurità gli schiarisce la pelle, lo porta alla quasi totale cecità. Passano gli esami, arriva la laurea triennale. Studente non è più il ragazzo spensierato e vagamente fatto che era al primo anno, il museo dei gessi lo ha cambiato. Ora è una specie di Gollum, ha bisogno degli occhiali anche per leggere i cartelli luminosi in autostrada, una Leopardiana gobba gli fa compagnia dietro la schiena, il Discobolo è diventato il suo migliore amico. E siamo solo alla triennale.
Se Darwin aveva ragione, non è possibile che individui del genere vengano risparmiati dalla ghigliottina della selezione naturale. Alla fase della nutrizione non ci arrivano nemmeno, secondo i miei calcoli. Chi esce dal museo dei gessi si riconosce, come si riconoscono i reduci del Vietnam. Facciamo un favore a loro e alla specie, cerchiamo di reintegrarli nel cerchio della vita: regaliamogli lampade abbronzanti e operazioni agli occhi, convinciamoli a fare provini per il Grande Fratello. Insieme possiamo farcela, Darwin sarà orgoglioso di noi.
.Come?...
Oh, scusate, ci sta il Discobolo che mi chiama, dice che è pronta la cena. Devo proprio andare, tessssori.

venerdì 28 gennaio 2011

Il dolore esiste,ed è appiccicoso.


Immaginate questa scena. Una tranquilla,freddissima serata. Nevica. Una casa con le finestre illuminate, dentro un bambino che gioca davanti al camino, contento, al caldo, lo sguardo amorevole e protettivo dei genitori che lo tutela.
A un certo punto- BAM!- porta sfondata:insieme al gelo, entra un uomo incappucciato che, coi suoi bravi altrettanto incappucciati, si prende il bambino e lo trascina urlante fuori,scomparendo nell'oscurità, lasciando dietro di sé il dolore più nero e impotente dei genitori.
Cosa pensa il cittadino medio di fronte a questa tragedia?
"Cielo! Strappare un figlio dal suo ambiente,separandolo così insensibilmente e senza motivo dai genitori? Inaudito! Doloroso e contronatura!"
Ecco: ho scritto solo poche righe di post e sono già arrivata al punto, che gioia. Sì, perché esiste un altro evento che si ripete tutti i giorni, sotto gli occhi omertosi di tutti, nei villini residenziali come nelle favelas. Un evento forse ancor più brutale, doloroso e contronatura di questo.
La CERETTA, donne.
Dubito che qualcuno abbia il coraggio di obiettare sul brutale, tantomeno sul doloroso. Ma soprattutto, cari lettori, la ceretta è contronatura: ci sarà pure una ragione se siamo tutti nati con i peli, gli uomini di più, le donne di meno. Cioè, le donne del Nord Europa di meno.
Comunque.
Ormai siamo tutti convinti che le donne, per via di non so quale regola universale, debbano assolutamente, pena il suicidio sociale, togliersi i peli. Ma questa non è altro che una convenzione radicatasi in noi col tempo. Prima non era così. Pensate a Sofia Loren nel fiore della giovinezza/maturità: bella,formosa, vitino da vespa, record di presenze nei sogni erotici del masculo italiano. E- sorpresa!- uno sfacciato, naturalissimo, pettinato cespuglio di peli corvini che faceva cucù dall'ascella. Ma nessuno si scandalizzava. E se tra vent'anni andasse di moda tagliarsi i mignolini dei piedi?
A questo punto dovrei avervi convinti che lo sfoltimento peli sia pratica demoniaca. Esiste solo una cosa che sfida ancor più arditamente le leggi di Madre Terra: non è il cambio di sesso, né l'uso del preservativo, mi spiace. Si tratta della ceretta agli uomini.
Achille, Enea, Attila, Alessandro Magno,i Vichinghi. Io non me li figuro, tra un assedio e l'altro, che si depilano nella tenda, la striscia in una mano e la spatolina nell'altra, nell'aere l'odore di calendula per pelli delicate. Ma sarà un problema mio.
Nonostante ciò, pare che ci si debba arrendere all'imperare della gamba liscia,la società lo esige. Perfetto. Cerchiamo allora un metodo un po' meno doloroso, meno Nazi, di provocare la dipartita dei nostri filamentosi amici.
In effetti la ceretta non è l'unico metodo: ce ne sono altri all'apparenza meno dolorosi, più comodi... Ma attenzione: questi nascondono più insidie di un Signorini in seconda serata. Attente, donne, a quel falso amico chiamato rasoio: il corpicino colorato, la striscetta bavosa all'aloe che si professa emolliente...no, il rasoio è un sepolcro imbiancato. Ma voi, come me, lo sapete bene; cinque minuti e niente più peli, sì, evviva! Ma dopo cinque anni di rasoio? Minacciose sequoie inizieranno a spuntare dalle vostre gambe, una corazzata Potemkin che prenderà, ispida, il sopravvento su di voi.
Non illudetevi, anzi, non illudiamoci: la ceretta non lavora da sola. Come tutti i Sergenti che si rispettino, viene aiutata da un fido collega, frustrato per essere l'eterno secondo e, proprio per questo, assai più crudele del suo superiore. L'orgoglio dell'armata, pluridecorato, il Silkepil.
Dio ce ne scampi.
Un arnese che, se attaccato alla corrente elettrica, aziona una turba di micropinzette di metallo le quali, senza pietà alcuna, strappano via i peli ad uno ad uno. La tortura medioevale è una carezza di Carla Fracci, in confronto.
Non c'è via di scampo; qui siamo preda di un complotto che mira alla fine della razza umana, tra dolori disumani, per colpa di strumenti epilatori.
Quando ve ne accorgerete anche voi (e sarà troppo tardi) non venite a dirmi che non vi avevo avvisati.
Ora vi saluto, che devo andarmi a fare la ceretta.

sabato 15 gennaio 2011

Non ci son più i decessi di una volta



Càpitano, rare volte nella vita, brevi ma intensi momenti di quella che James Joyce chiamava epifania: una rivelazione improvvisa, un momento in cui tutto infine ci sembra chiaro, in cui una cosa che ci è sempre stata davanti agli occhi ci si rivela, tutto a un tratto, nella sua vera essenza, nel suo reale significato.
Pochi giorni fa è capitato anche a me di avere un'epifania; ho scoperto cosa vuol dire davvero l'espressione "beata ignoranza". Non è un detto veritiero, nessuno con un po' di senno sosterrebbe mai l'ignoranza- mi dicevo prima della mia epifania. Poi mi è stato raccontato un fatto che mi ha sconvolta: a quel punto ho realizzato che, se non fossi mai e poi mai venuta a sapere quel dannato fatto, avrei continuato la mia carriera universitaria più serena e spensierata, ignara di tutto. Beata ignoranza!
Ma questa notizia è un fardello troppo pesante da sopportare da sola. Mi sento costretta -capite?- a condividerla con voi: l'argomento scottante è nientepopodimenochè la morte di Giacomo Leopardi.
Stando ad alcune recenti scoperte, la sua dipartita sarebbe avvenuta in circostanze, diciamo, particolari. Non convenzionali, ecco. Non per colpa del colera di Napoli del 1837, pare.
Perdonate la solita, pedante premessa che sento il bisogno di fare in tutti i miei post prima di arrivare al succo: devo dirvi che non è difficile per me cadere vittima di una burla. Tutti quelli che mi conoscono lo sanno. Se mi viene detto, con una certa convinzione, "la nuova caramella che la Haribo ha fatto uscire in America si chiama Wikileaks", io ci credo. Per questo motivo, appresa la scomoda notizia su Leopardi, mi sono fiondata alla ricerca di conferme(o smentite), sperando con tutta l'anima che mi avessero fatta fessa per l'ennesima volta. Invece no, pare sia tutto vero. O perlomeno plausibile. L'ipotesi alternativa sulla morte di Leopardi è stata elaborata dallo studioso Gennaro Cesaro il quale, concedetemelo, non avrebbe fatto un soldo di danno leggendosi Novella 2000, invece di tuffarsi nelle scartoffie di Leopardi e scoprire questa amena notizia.
Ma è ora di svelare l'arcano.
Uno dei maggiori letterati italiani di sempre, finissimo pensatore, eccelso poeta nonchè creatore di una sua personalissima quanto acuta filosofia, sarebbe morto per colpa dei confetti. I CONFETTI, sì, quelli che si mangiano ai matrimoni.
Oh, come mi pesa raccontare questa storia.
Andò così: in quel periodo il nostro Giacomo era ospite a casa dell'amico Antonio Ranieri. La sorella di quest'ultimo, forse spinta da pietà verso quell'ometto al quale erano stati negati tutti i piaceri della vita (e per fortuna, altrimenti probabilmente non sarebbe stato il filosofo che è stato) pensò bene di regalargli una cosa di cui andava ghiotto: i confetti di Sulmona, detti anche cannellini per via del loro cuore alla cannella.
Un chilo. Divorati senza battere ciglio. Un Attila dei confetti. Giacomo, perchè?
Come se non bastasse, i geniali padroni di casa, con un'arditezza degna della migliore malasanità del ventunesimo secolo, escogitarono un metodo sopraffino per curare l'indigestione del poeta. Una combo letale: brodo bollente e limonata ghiacciata. E passa la paura.
Galeotto fu il cannellino e la conseguente congestione intestinale, dunque.
Non so quanto tutta questa storia sia attendibile, solo di una cosa sono certa: il mio cervello si rifiuta di immaginare la scena di un verdastro Leopardi che si contorce dai dolori a causa di un chilo di confetti, per poi finire morto di congestione post-bibitone. Ma soprattutto, ora come farò ad affrontare un esame su Leopardi senza rivedermi davanti agli occhi questa scena grottesca? Come farò? L'immagine del sommo poeta è compromessa irrimediabilmente dentro di me.
Preferivo le leggende liceali del "Leopardi è morto di gobba".
BEATA IGNORANZA!

p.s: è quasi superfluo precisarlo, ma chiunque possa smentire questa ipotesi in modo sicuro farà la mia felicità e darà nuova dignità al caro Giacomo, che ora starà facendo il triplo carpiato nella tomba, poveretto.

mercoledì 12 gennaio 2011

un attimo di raccoglimento,per piacere.

Oggi vorrei tentare con voi, cari e (sicuramente) numerosissimi lettori, un ardito esperimento: raggiungere uno stato di telepatia collettiva.
Io faccio parte, è vero, dell'infinito stuolo della gente "portata per le materie umanistiche": quelli che, di fronte a un'equazione o a qualsiasi tipo di formula, hanno reazioni simili a quella di Sandra Milo quando si era persa Ciro. Nonostante ciò, tuttavia, posso dire di essere anche persona di raziocinio, che certo non si fa suggestionare da svagheggiamenti astrali o eventi pseudo-soprannaturali. Questo quindi vi deve far capire, lettori, che l'esperimento che voglio proporvi è ASSOLUTAMENTE VERITIERO: se ha convinto me...
Vogliamo scommettere? Se guiderete i vostri pensieri in base alle indicazioni che vi darò, arriveremo tutti a pensare esattamente la stessa cosa nello stesso momento, con un minimo margine di errore.
Proviamo, và.
(un'ultima cosa, prima di iniziare: se avete i nervi a fior di pelle vi consiglio di abbandonare sin d'ora l'esperimento: le immagini che evocherò potrebbero indurre a una rabbia incontrollabile, una misantropia aggressiva di altissimo livello, addirittura di "livello Sgarbi". Quindi attenzione,non voglio pesi sulla coscienza.)
L'argomento-guida è "Le Pubblicità".
Pensate a una pubblicità che vi suscita profondo fastidio. Lo so, è difficile focalizzarne una sola, ma abbiate pazienza. Vi aiuterò elencando degli elementi per scremare la vostra selezione mentale.
Uno spot,per essere veramente fastidioso, per determinare un "livello Sgarbi" anche al Dalai Lama, deve avere tutte queste caratteristiche:
-una tremenda musichetta, che entra nei più profondi e malfamati interstizi cerebrali e non se ne va più;
-dialoghi che sembrano scritti da un'equipe selezionata tra i migliori elementi usciti dal Grande Fratello (tutte le edizioni, badate bene);
-livello recitativo degli attori non quantificabile neanche con i numeri negativi, nè descrivibile con paragoni ad altre persone o a canidi (i quali potrebbero, a ragione, offendersi);
-mancanza dell'unico elemento che, in questo apocalittico panorama, potrebbe risollevare il livello di sopportazione almeno per gli uomini: la figa. No,nello spot fastidioso per eccellenza non ci deve assere neanche la figa.
Scommetto che ora sembra già tutto più facile. Vediamo, avrete pensato al capolavoro della Mediaset Premium, dove il sensualissimo uomo dal monociglio tenta in tutti i modi di convincere l'altro che il decoder è meglio di sky, adducendo motivazioni che suscitano risa convulse o pianto disperato. Ma non può essere questa la nostra pubblicità: manca quasi del tutto l'elemento musichetta. Fuori uno.
Avrete anche pensato ai commoventi spot Vodafone dove Belen, novella Wonderwoman, fiera rappresentante del gentil sesso, si cimenta in prove calcistiche, di spionaggio, di avventura nella foresta, rendendo tutte noi assolutamente fiere di avere un organo genitale che ci accomuni a lei. Ciò che, però, ci fa scartare lo spot dalla lista è proprio l'organo genitale. Fuori due.
Avrete (last but not least) pensato agli spot delle suonerie: quale donna non cadrebbe vittima del fascino dell'omino lampadato che, con voce  soave e sopracciglio da provincia disagiata, ci canta le hit del momento per il nostro cellulare? Sublime, ma qui manca l'elemento del dialogo, visto che negli spot è sempre solo (e prego tutti voi di ingraziare Dio per questo). Fuori tre.
Non c'è nulla da fare, ne manca una sola. C'è una sola pubblicità che ha il merito di aver unito, per un attimo, le nostre menti, collegandole all'unisono sulla frequenza del fastidio universale, dello spleen, oserei dire. Qui sotto vi si paleseranno delle immagini che, d'un tratto, renderanno tutto chiaro come il sole, dimostrando che avevo ragione e che l'esperimento è riuscito.




Provate a dirmi che non avete pensato a loro, adesso.
Buon fastidio.